Affari d’Oro nei Concorsi Pubblici

La cosiddetta "lotteria" dei concorsi pubblici, in particolare nel mondo della scuola, ha alimentato negli ultimi anni un vero e proprio mercato parallelo dei titoli di abilitazione. Corsi, certificazioni, master, specializzazioni, percorsi online e pacchetti "chiavi in mano" vengono proposti come strumenti strategici per scalare le graduatorie, spesso a costi elevati e con benefici poco chiari sulla qualità reale dell'insegnamento e dei servizi pubblici.
Non si tratta più soltanto di prepararsi a una prova concorsuale. Sempre più spesso si tratta di acquistare punteggio.
In questa inchiesta analizziamo chi guadagna davvero da questo sistema e quali meccanismi spingono migliaia di candidati a investire somme importanti pur di ottenere qualche punto in più nei bandi.
Dall'accesso al merito all'accesso al punteggio
Negli anni, il sistema dei concorsi pubblici ha progressivamente spostato il proprio baricentro. Se un tempo il concorso rappresentava soprattutto una verifica delle competenze, oggi è sempre più vissuto come un gioco di posizionamento all'interno di graduatorie complesse, stratificate, in continua evoluzione.
Il punteggio è diventato l'unità di misura dominante.
Non solo quanto sai, ma quanti titoli possiedi.
Non solo come ti prepari, ma quanto puoi permetterti di investire.
Questo slittamento ha prodotto un cambiamento profondo nella mentalità dei candidati: dallo studio come costruzione di competenze allo studio come accumulo di crediti. Il concorso non è più solo un esame da superare, ma un percorso economico da pianificare.
La nascita di un'industria della "scalata"
Su questo terreno si è sviluppato un ecosistema estremamente redditizio. Università telematiche, enti di formazione privati, società di consulenza, piattaforme digitali e agenzie di orientamento hanno costruito un business multimilionario attorno all'ansia da concorso.
Non vendono solo corsi.
Vendono strategie.
Vendono posizionamento.
Vendono l'idea di controllo in un sistema percepito come instabile.
Master "rapidi", certificazioni linguistiche accelerate, corsi informatici standardizzati, percorsi di abilitazione modulabili, pacchetti cumulativi. Tutto è presentato come un investimento: "tot euro per tot punti".
L'offerta è sempre più mirata. Non punta sulla formazione profonda, ma sull'ottimizzazione del bando. Cosa conviene fare quest'anno. Quale titolo pesa di più. Quale certificazione rende meglio in rapporto al tempo. Quale corso garantisce il massimo punteggio con il minimo sforzo.
La formazione diventa un listino.
Lo Stato assente e il mercato che avanza
Questo mercato non nasce nel vuoto. Nasce dentro un sistema pubblico che fatica a garantire procedure selettive regolari, stabili, chiare e coerenti. I concorsi vengono banditi in modo disomogeneo, le regole cambiano, le graduatorie si moltiplicano, le finestre di accesso si aprono e si chiudono con logiche spesso poco leggibili.
In questo contesto, l'incertezza diventa il vero motore economico.
Quando lo Stato non offre un percorso chiaro, si inserisce chi promette di "interpretarlo".
Quando le regole mutano, prospera chi vende aggiornamenti.
Quando l'accesso appare casuale, cresce chi vende rassicurazioni.
Il candidato non compra solo un corso. Compra una riduzione dell'ansia. Compra l'illusione di poter governare un sistema che percepisce come arbitrario.
Il costo invisibile: disuguaglianza e svalutazione del sapere
Il problema non è l'esistenza di percorsi formativi. Il problema è quando questi diventano moneta concorsuale più che strumenti di crescita reale.
In questo scenario, emergono due effetti profondi.
Il primo è sociale. Chi dispone di risorse economiche può permettersi più titoli, più certificazioni, più tentativi. Chi non le ha parte in svantaggio. Il concorso, che dovrebbe essere uno degli ultimi spazi di riequilibrio sociale, rischia di diventare un moltiplicatore di disuguaglianze.
Il secondo è culturale. Quando il titolo vale più della competenza, il sapere perde spessore. La formazione si svuota. Si studia non per capire, ma per accumulare. Non per costruire professionalità, ma per alimentare un dossier.
Il risultato è un paradosso: un sistema che si riempie di attestati e si svuota di senso.
Scuola e pubblica amministrazione: cosa stiamo selezionando davvero?
Nel mondo della scuola questo meccanismo produce un cortocircuito particolarmente delicato. Perché qui non si tratta solo di occupazione. Si tratta di formazione delle persone, di costruzione culturale, di responsabilità educativa.
Quando l'accesso passa soprattutto dal punteggio e non da una valutazione profonda delle capacità, il rischio non è solo l'ingiustizia. È la progressiva burocratizzazione del ruolo docente. Un insegnante non selezionato per visione, preparazione e attitudine, ma per portafoglio di titoli.
La domanda di fondo diventa inevitabile:
stiamo scegliendo chi è più preparato o chi è più addestrato al sistema?
Un meccanismo che si autoalimenta
Il sistema oggi si regge su un equilibrio fragile:
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l'incertezza genera domanda
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la domanda alimenta il mercato
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il mercato rafforza la logica del punteggio
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la logica del punteggio rende il sistema ancora più opaco
È un circuito che tende a riprodursi. Più il concorso appare complesso, più cresce l'industria che lo semplifica a pagamento. Più cresce l'industria, più il candidato percepisce che senza investire è fuori gioco.
Il concorso smette di essere una prova. Diventa una traiettoria economica.
Conclusione
Il mercato dei titoli non è un'anomalia. È lo specchio di un sistema pubblico che ha progressivamente rinunciato a progettare l'accesso, delegandolo alla stratificazione delle regole. In questo vuoto, si sono inseriti soggetti privati che hanno trasformato l'attesa, l'insicurezza e il desiderio di stabilità in prodotto.
Ma ogni sistema che monetizza l'accesso al lavoro pubblico non vende solo servizi. Vende visioni del futuro. Decide chi può permettersi di sperare e in che modo.
