Tentato stupro a Roma: cosa ci dice questo episodio sulla nostra cultura della comunicazione

Nella prima settimana dell'anno, un episodio di violenza ha scosso chi attraversa quotidianamente i sottopassi della stazione Tiburtina a Roma. Una donna di 33 anni, mentre stava percorrendo il sottopasso di via Tuscolana, è stata aggredita da un uomo di 23 anni che ha tentato di violentarla. Fortunatamente la vittima è riuscita a divincolarsi e a chiedere aiuto, mentre l'aggressore si è dato alla fuga. RaiNews
La cronaca registra i fatti, i nomi e i luoghi; la giustizia si attiverà per identificare e perseguire l'autore. Ma ciò che qui interessa non è il dettaglio giudiziario, bensì un punto di frattura più profondo: cosa significa che un atto di violenza tenta di sostituire la parola?
Il gesto come sostituto della parola
In un contesto urbano come Roma, dove ogni giorno si incrociano storie, volti e traiettorie di vite, la violenza non è più soltanto un dato quantitativo: è una modalità di espressione. Non comunica un contenuto complesso, non apre un confronto, non cerca un significato: impone una rottura, un'interruzione netta del tessuto relazionale. Questo tentato stupro non è solo un crimine, ma un segnale di un malessere collettivo in cui il linguaggio verbale — il dialogo, la negoziazione, la mediazione — appare sempre meno capace di gestire conflitti, desideri, rifiuti, frustrazioni.
La parola che non c'è
Viviamo in un'epoca in cui lo spazio pubblico è saturo di messaggi, opinioni, giudizi e narrazioni. Eppure, paradossalmente, la parola autentica — quella che permette la negoziazione, l'ascolto, la mediazione delle differenze — sembra rarefatta. Quando la parola si impoverisce, non trova strumenti per tradurre tensioni, rabbie, frustrazioni, allora il corpo diventa linguaggio. La violenza non è solo gesto immediato, ma sostituto di una comunicazione impossibile o mancata.
Linguaggio, significato e contesto culturale
Questo episodio si inserisce in un quadro più ampio: non è un fatto isolato, ma parte di una serie di dinamiche di aggressività quotidiana che emergono nei contesti urbani italiani ed europei. Risse, attacchi, violenze sulle donne, aggressioni random e azioni collettive impulsive appaiono come sintomi di una cultura che sta perdendo la capacità di dare forma simbolica ai conflitti. TGCOM24
In questo senso, la violenza diventa linguaggio non perché parli in modo coerente, ma perché tenta di essere l'unico modo rimasto per esprimere una tensione interna che il linguaggio verbale non riesce più a tradurre.
Lo sguardo de Il Calamaio
Questa rivista non si limita a riportare i fatti. Li prende come specchi dove guardare ciò che il presente ci mostra di noi. In un'epoca in cui la parola fatica a insediarsi nei contesti reali di confronto, la violenza emerge come espressione estrema del non-detto. Non per giustificarla — mai — ma per comprenderne la funzione culturale e antropologica: un segno della distanza crescente tra ciò che vogliamo comunicare e ciò che riusciamo a dire.
La domanda che portiamo con noi non è "perché è accaduto?", ma piuttosto:
che cosa ci sta mostrando, di noi, il fatto che sempre più spesso la violenza prende il posto della parola?
